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“Quella luce” chiese il Cappellano, “sale dal basso o scende dall’alto?”
“Scende” disse Lord Asriel, “ma non è luce. E’ Polvere”.
Qualcosa nel modo in cui lo disse fece venire in mente a Lyra Polvere con l’iniziale maiuscola, come se non si trattasse della solita polvere.

 
Poi il Maestro giunse all’ultima presentazione.
“Signora Coulter” disse, “questa è la nostra Lyra. Lyra, vieni a conoscere la signora Coulter”.
“Ciao, Lyra” disse la signora Coulter.
Era giovane e bella. I capelli neri e lisci le incorniciavano gli zigomi, e il suo daimon era uno scimmiotto dorato.
 


 
Lui attraversò la stanza fino alla scrivania e tirò fuori da un cassetto un pacchetto avvolto in un panno di velluto nero. Quando disfece l’ivolto, Lyra vide una cosa che somigliava a un grosso orologio da polso, o a un piccolo orologio da tavolo: uno spesso disco di cristallo e metallo dorato. Avrebbe potuto essere una bussola, o qualcosa del genere.
“Che cos’è?” disse.
“E’ un aletiometro. Ne sono stati costruiti soltanto sei, e questo è uno di essi. Lyra, torno a raccomandartelo: tienilo per te sola. Sarebbe meglio se la signor a Coulter non ne sapesse nulla. Tuo zio...”
“Ma cosa fa?”
“Dice la verità. Quanto al modo di usarlo, è una cosa che dovrai imparare da sola. E ora va’ – si sta facendo chiaro – torna di corsa nella tua stanza prima che qualcuno ti veda”.
 


 
Lyra aveva preso l’abitudine di portar dappertutto una piccola tracolla di cuoio bianco, così da tenere l’aletiometro a portata di mano. La signora Coulter, ammorbidendo la disposizione di certe rose che erano state ammucchiate troppo strettamente in un vaso, vide che Lyra non si stava  muovendo, e diede con intenzione una rapida occhiata alla porta.
“Oh, per favore, la prego, signora Coulter, io la amo tanto questa borsetta!”
“Al chiuso, no, Lyra. Farebbe un effetto assurdo se tu portassi una borsetta a tracolla dentro casa tua. Mettila via subito e poi vieni qui e aiutami a ricontrollare questi vasi...”
Non fu tanto il suo tono stizzoso quanto le parole ‘dentro casa tua’ che indussero Lyra a resistere ostinatamente. Pantalaimon volò sul pavimento e si trasformò instantaneamente in una puzzola, inarcando la schiena contro la sua caviglia coperta da una calzetta bianca. Incoraggiata da ciò, Lyra disse:
“Ma non darà nessun fastidio. Ed è l’unica cosa che mi piace davvero indossare. Penso che stia davvero bene con...”
Non potè finire la frase, perchè il daimon della signora Coulter balzò sul sofà in un’indistinta nuvola di pelliccia dorata e inchiodò Pantalaimon al tappeto prima che questi potesse muoversi.
Lyra lanciò un grido di allarme, e poi di paura, e di dolore, mentre Pantalaimon si contorceva in tutte le direzioni, tra strida e latrati, senza riuscire ad allentare la presa dello scimmiotto dorato. Pochi secondi ancora e quest’ultimo lo sopraffece completamente: con una nera zampa ferocemente stretta attorno alla sua gola, e serrando con le sue le zampe posteriori della puzzola, afferrò con l’altra zampa una delle orecchie di Pantalaimon e la tirò come se fosse deciso a strapparla via. Senza rabbia, neppure questo, ma con una forza fredda e insolita che risultava orripilante da vedere, e ancor peggiore da subire.
Lyra singhiozzò terrorizzata.
“No! Per piacere! Basta! Ci sta facendo male!”
La signora Coulter sollevò lo sguardo dai suoi fiori.
“E allora fa’ come ti dico” disse.
“Prometto!”
La scimmia dorata si allontanò da Pantalaimon come se l’avesse d’improvviso sopraffatto la noia. Pantalaimon volò subito da Lyra, che se lo portò al viso per baciarlo e coccolarlo.
“Subito, Lyra” disse la signora Coulter.
Lyra le voltò la schienza bruscamente e si slanciò nella sua stanza, ma non fece neppure in tempo a sbattersi dietro la porta che questa tornò ad aprirsi. C’era la signora Coulter, dietro, a non più di mezzo metro.
“Lyra, se ti comporti in questo modo rozzo e volgare finiremo per scontrarci in una prova di froza, che vincerò io. Togliti quella borsa di dosso immediatamente. Controlla quello sgradevole cipiglio. Non sbattere mai più una porta a portata delle mie orecchie, e neanche fuori portata. Ora, i primi ospiti arriverrano entro pochi minuti, e ti troveranno perfettamente attenta ai tuoi doveri, dolce, carina, innocente, piena di attenzioni, deliziosa sotto ogni aspetto.
E’ mio particolare desiderio che sia così, mi capisci, Lyra?”
“Si, signora Coluter”.
“Allora dammi un bacio”.
Si abbassò un poco e le offrì una guancia. Lyra dovette alzarsi sulla punta dei piedi per baciarla. Notò quanto era liscia, e il lieve sconcertante odore del copro della signora Coluter: profumato, ma in qualche modo metallico. Poi si allontanò, e posò la borsetta sul tavolino da toletta prima di tornare dietro alla signora Coulter nel salotto.
“Come ti sembrano i fiori, cara?” disse la signora Coulter dolcemente, proprio come se non fosse accaduto nulla. “Con le rose non si sbaglia mai, imamgino, ma anche con le cose buone si può esagerare... ne hanno portato abbastanza di ghiaccio? Sii buona e vai a vedere. Certe bevande tiepide sono terribili...”
 


 
“Ma ci dica questo: sapete qualcosa di più su questi cacciatori della Polvere? Cosa fanno in questo Bolvangar?”
“Hanno innalzato grandi edifici di metallo e cemento e alcune camere sotterranee. Bruciano spirito di carbone, che portano lì con grande spesa. Non sappiamo che cosa facciano, ma c’è un’aria di odio e paura intorno al posto e per miglia e miglia all’intorno. Le streghe possono vedere cose dove gli altri umani non possono. Anche gli animali se ne tengono alla larga. Nessun uccello vola laggiù: lemming e volpi se ne sono andati. Da qui il nome di Bolvangar: i campi del male. Loro non lo chiamano così. Lo chiamano ‘La Stazione’. Ma per tutti gli altri è Bolvangar”.
 


 
Il ragazzino era addossato alla rastrelliera dove si faceva essiccare il pesce, fatta di legno, su cui si trovavano schierate file su file di pesce eviscerato, duro come tavole di legno. Stringeva un pezo di pesce secco come Lyra stava stringendo Pantalaimon, con tutte e due le mani, con forza, contro il suo cuore; ma era tutto quel che aveva, un pezzo di pesce secco; perchè non aveva più il suo daimon. Gli Ingoiatori lo avevano staccato da lui. Era questa l’intercisione, ed era questo un bambino reciso.
 


 
E d’improvviso Lyra perse completamente le forze.
Era come se una mano straniera si fosse inserita fin dentro lei, in un punto dove nessuna mano poteva mai avere il diritto di giungere, per dare uno strappo violento a qualcosa di profondo e prezioso.
Si sentì debole, stordita, nauseata, disgustata, tutta inflaccidita dallo shock.
Uno degli uomini aveva afferrato Pantalaimon.
Aveva stretto il daimon di Lyra nelle sue mani umane, e il povero Pan stava tremando, quasi impazzito per l’orrore e il disgusto. La sua forma di gatto selvatico, la pelliccia ora opaca per la debolezza, ora carica di scintille ambariche d’allarme... Si chinò verso Lyra mentre lei tendeva entrambe le mani verso di lui...
Dovettero restar fermi. Furono catturati.
Lei sentiva quelle mani... Ma non era permesso... Non si doveva toccare... Sbagliato...
 


 
“Ti ricordi la storia di Adamo ed Eva?”
“Certo” rispose lei. “Lei non avrebbe dovuto mangiare il frutto, il serpente la tentò e lei allora lo fece lo stesso”.
“E allora che successe?”
“Uhm... vennero cacciati fuori. Dio li scacciò via dal giardino”.
“Dio aveva detto loro di non mangiare quel frutto perchè sarebbero morti. Ricorda, loro erano nudi dentro il giardino, erano come bambini, e i loro daimon prendevano qualunque forma loro desiderassero. Ma questo è ciò che accadde”.
Andò al Capitolo Terzo del Genesi, e lesse:
E la donna disse al serpente: Noi possiamo mangiare dei frutti degli alberi del giardino.
Ma del frutto dell’albero che è nel mezzo del giardino, il Signore ha detto, Voi non ne mangerete e neppure li toccherete, altrimenti ne morirete.
E il serpente disse alla donna: Certamente non ne morirete.
Perchè Dio sa che il giorno in cui ne mangerete, allora i vostri occhi si apriranno, e i vostri daimon assumeranno la loro vera forma, e voi sarete simili a dèi, e conoscerete il bene e il male.
E quando la donna vide che i frutti dell’albero erano buoni da mangiare e piacevoli alla vista, e che era un albero da desiderare perchè rivelasse la vera forma dei loro daimon, ella prese dei suoi frutti, e ne mangiò, e ne diede anche al marito insieme a lei; e lui ne mangiò.
E allora gli occhi di entrambi furono aperti, ed essi videro la vera forma dei loro daimon, e parlarono con essi.
Ma quando l’uomo e la donna conobbero il proprio daimon, seppero che un gran mutamento era sopravvenuto su di loro, perchè fino a quel momento erano sembrati essere una sola cosa con tutte le creature della terra e dell’aria, e che non vi fosse differenza.
Ed essi videro la differenza, e conobbero il bene e il male; e allora si vergognarono, e cucirono insieme foglie di fico per coprire la loro nudità...

Lord Asriel chiuse il libro.
“E fu così che il peccato entrò nel mondo” disse, “il peccato e la vergogna e la morte. Venne nel momento in cui i daimon presero una forma stabile”.
 


 
Lord Asriel: “Gli esseri umani non riescono a vedere una cosa senza essere presi dal desiderio di ditruggerla, Lyra. Questo è il peccato originale. E io lo distruggerò. La morte sta per morire”.
 


 
“La Polvere. Lui vuol trovare la fonte della Polvere e distruggerla, no?”
“E’ quello che ha detto”.
“E l’Intendenza Generale per l’Oblazione e la Chiesa e Bolvangar e la signora Coulter e tutto, anche loro vogliono distruggerla, no?”
“Si... Oppure impedirle di influenzare la gente... Perchè?”
“Perchè se tutti loro pensano che la Polvere sia una cosa cattiva, allora deve essere una cosa buona”.
 


 
Voltò le spalle. Dietro di loro c’erano dolore, morte e terrore; davanti dubbio, perciolo e misteri insondabili. Ma non erano soli.
Così Lyra e il suo daimon voltarono le spalle al mondo in cui erano nati, e guardarono verso il sole e camminarono nel cielo.
 
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