Chi e' online

Abbiamo 40 visitatori online
Home arrow Notizie arrow Philip Pullman arrow Pullman: "I buoni libri non hanno età"
Pullman: "I buoni libri non hanno età" PDF Stampa E-mail
Scritto da Ilaria   
mercoledì 11 giugno 2008
ImageIn un articolo apparso sul Guardian, Philip Pullman si oppone a un'iniziativa degli editori britannici, che vogliono apporre sui libri per ragazzi un'etichetta con l'età "consigliata" per la lettura. Persone di tutte le età devono poter leggere qualsiasi libro, scrive Pullman...



Scrive Pullman:

Un mese fa ho ricevuto una lettera da ciascuno dei miei editori. Mi dicevano di aver commissionato alcune ricerche e che, in seguito ai risultati di quelle ricerche, avrebbero posto su tutte le copertine una cifra relativa all'età consigliata per la lettura. Per esempio, questo libro è adatto dai nove anni in su, quell'altro dai sette anni, e così via.

La mia reazione immediata è stata quella di dire, con più fermezza possibile: "Non sui miei libri!". E devo ammettere che i miei editori si sono comportati in maniera impeccabile. Hanno detto: "Non faremmo niente senza il tuo consenso, e se tu preferisci non avere le etichette sui tuoi libri, non le metteremo".

Tuttavia, ben presto si è scoperto che altri scrittori non avevano ben chiara la situazione: era stato detto loro che le etichette sarebbero state apposte sui libri indipendentemente dalla loro volontà. E non solo gli scrittori: una direttrice editoriale si è sentita dire che in futuro avrebbe dovuto appiccicare quell'adesivo su tutti i libri, perché era ormai "uno standard del settore".

Vale la pena di spiegare perché alcuni di noi reagiscono con tanta veemenza contro questa idea. Dopotutto, non vogliamo forse vendere libri? Che male c'è a offrire qualche informazione agli acquirenti? Tanto per cominciare, un suggerimento relativo all'età non costituisce un'informazione. E' un'opinione, ma un'opinione che sembra possedere un'autorità speciale. Non c'è niente di male, per esempio, se un libraio mette i miei romanzi sullo scaffale "9-11 anni"; o se un recensore sostiene che lo stesso romanzo è adatto per ragazzi oltre gli undici anni; o se un'insegnante lo dà a un bambino di otto anni perché conosce quel bambino e sa cosa è in grado di leggere e cosa no. La gente prende decisioni ed esprime opinioni di questo genere in continuazione. E le loro opinioni sono diverse, è questo il punto. Si basano sulla cultura personale e su interpretazioni soggettive.

Ma quando è il libro stesso a dire "9+" o "11+", quella cifra assume uno status molto diverso. Sembra che l'autore del libro lo condivida; sembra che io stia dicendo: "Ho scritto questo libro per gli undicenni. Tutti gli altri possono evitare di leggerlo".

E io non ho mai detto una cosa del genere. Quando mi siedo a scrivere un libro, so molte cose sul suo conto: so più o meno quanto sarà lungo, conosco alcuni eventi della trama, so qualcosa sul conto di alcuni personaggi, so – pur senza sapere esattamente come ci arriverò – quale tono di voce deve avere la narrazione.

Ma ci sono anche molte cose che non so; e una di esse è chi leggerà il mio libro. Non si può decidere chi saranno i nostri lettori. Né vorrei poterlo decidere, perché dichiarare che il libro è destinato a un gruppo in particolare significa escludere tutti gli altri gruppi, e io non voglio escludere nessuno. Ogni lettore è il benvenuto, e voglio che i miei libri dicano proprio questo. Come altri scrittori, anch'io evito di dire l'età dei miei personaggi, per questo motivo. Voglio che ogni ragazzo senta di poter diventare loro amico.

E so che i lettori dei miei libri più "difficili" comprendono bambini di sette anni e persone di novant'anni. Gli stessi libri. Scrivere al meglio delle mie possibilità, e poi trovarmi qualcuno che scaccia via i potenziali lettori, è una cosa che trovo francamente ripugnante. E' un'idea che si basa su una visione unidimensionale della crescita: una visione secondo cui crescere significa scorrere lungo una linea, come una scimmia che si arrampica su un palo. Ora hai sette anni, quindi leggi questi libri. Ne hai nove, leggi questi altri libri.

Ma la crescita non avviene così. Mentre cresciamo includiamo sempre più cose, per cui un bambino di undici anni porta ancora dentro di sé il bambino di sette anni che è stato. E se vuol leggere un libro che potrebbe amare, è un gran peccato se qualche adulto lontano, solo in base a una presunta necessità commerciale, gli fa passare la voglia di leggere piazzando sul libro un adesivo che che lo fa sentire infantile o lo espone al ridicolo.

Il problema, per me e per altri che si sono preoccupati di questo tema, era come affrontare la questione. Gli scrittori abbastanza fortunati da aver venduto molti libri di recente, o quelli i cui editori comprendevano le nostre riserve, sono stati in grado di opporsi. Ma molti non sono stati altrettanto fortunati; e in ogni caso, una presa di posizione così individuale sarebbe stata silenziosa e più o meno invisibile. Il silenzio somiglia all'assenso. E non eravamo nella posizione di dire: "Non potete farlo", né volevamo dirlo. Alcuni scrittori potrebbero essere d'accordo con le etichette; benissimo. Però non volevamo chiuderci in un silenzio sdegnato e sentirci sconfitti.

E' stato Aidan Chambers, uno dei migliori e più saggi lettori di libri per bambini, a suggerirci di fare una dichiarazione pubblica per esprimere il nostro disaccordo. Avremmo potuto dire: "Potete attaccare le etichette, perché è in vostro potere farlo; ma non fatelo a nome nostro. Non siamo d'accordo con il principio, ed ecco perché".

E così abbiamo fatto. Anne Fine, Adèle Geras e io abbiamo scritto una dichiarazione, che trovate su questo sito. A ventiquattr'ore dalla pubblicazione, oltre 250 persone avevano firmato.
 
 
< Prec.   Pros. >